Scoperti i «neuroni dello shopping»

[Corriere.it]Ecco le cellule che si accendono quando dobbiamo prendere una decisione. Su «Nature» la ricerca di Camillo Padoa-Schioppa
Se libertà non è scegliere tra bianco e nero ma sapersi sottrarre all’obbligo della scelta, come spiegava Theodor W. Adorno ai suoi studenti di Francoforte, allora c’è poco da fare: siamo tutti schiavi. Non dell’indecisione, ma dei nostri neuroni. Lo hanno scoperto a Boston, nei laboratori della Harvard Medical School, lo rilancia Nature, tra le più influenti riviste scientifiche internazionali (la ricerca sarà pubblicata oggi sul suo sito web, nature.com: a farci decidere tra, mettiamo, spuntino dolce o salato, un paio di jeans o un pantalone elegante, una svolta a destra o a sinistra, sono le cellule nervose situate in un’area del nostro cervello, la corteccia orbitofrontale. Gruppi di neuroni che si «accendono» o si «spengono» per indirizzare le nostre scelte, aiutandoci a valutare benefici o svantaggi di opzioni anche molto diverse fra loro.
A reggere le fila dell’esperimento, realizzato su un gruppo di scimmie, c’è un giovane ricercatore italiano: Camillo Padoa-Schioppa, 36 anni, una laurea in Fisica statistica alla Sapienza di Roma e un PhD in Scienze cognitive al Mit di Boston. Un «cervello in fuga» (ma con frequenti puntate negli istituti della madrepatria) che si è messo d’impegno per svelare i segreti della nostra materia grigia. E che ora potrebbe rivoluzionare secoli di dibattito su volontà e libero arbitrio. Un bicchiere di succo d’uva e uno di succo di mela, tutto parte da qui. Nelle stanze del dipartimento di Neurobiologia di Harvard, le scimmie messe sotto osservazione da Padoa-Schioppa e dai suoi colleghi hanno dovuto scegliere tra gusti e quantità diverse.
A pesare non è stata solo la predilezione per l’una o l’altra bevanda (quando i bicchieri contenevano lo stesso livello di succo, la scelta è caduta inevitabilmente sul gusto preferito), ma anche il «vantaggio» derivato dalla dose: per bere di più, insomma, le scimmie rinunciavano agli sfizi del palato. E qui sta l’inghippo. Perché nel momento della scelta, i ricercatori hanno visto «illuminarsi» alcune aree del cervello dei primati. Piccoli gruppi di neuroni che si «accendevano» a turno, ciascuno collegato a un tipo specifico di decisione. Come se fossero allenati a valutare, incrociando diversi punti di vista e scale di valore non omogenee, la posta in gioco. «Possiamo ipotizzare — conclude Padoa-Schioppa — che le scelte siano state determinate proprio dall’attività di questi neuroni».
Una consolazione (e una bella scusa) per gli indecisi cronici, ma anche una prospettiva di studio importante per chi si occupa di disturbi alimentari e ossessivo- compulsivi, come pure di tossicodipendenze, tutte condizioni spesso legate a lesioni di quest’area corticale. Gli scienziati frenano: «È possibile che i deficit di funzionamento siano legati a difficoltà nel compiere le scelte giuste, ma l’ipotesi è tutta da testare». Nell’attesa c’è da scommettere che il «neurone dello shopping», come è stato subito ribattezzato, troverà parecchi estimatori. Magari nel mondo della neuroeconomics, branca avveniristica dell’economia che si misura con i meccanismi di scelta e le (eventuali) possibilità di condizionarli. Ma anche sapere, mettiamo, a quali soggetti una determinata marca di auto «accende» i neuroni giusti, potrebbe solleticare più di un’agenzia pubblicitaria. «Questa è una ricerca di base che non ha dirette applicazioni mediche, almeno sul breve periodo», taglia corto Padoa- Schioppa. Lo spettro dello shopping indotto, insomma, sembrerebbe scongiura
