Archive for April, 2006

Warner distribuirà primo dvd ibrido alta definizione/standard

Friday, April 28th, 2006

LOS ANGELES, 26 aprile (Reuters) - Warner Home Video ha annunciato oggi che “Rumor Has It” sarà il primo titolo distribuito su un dvd ibrido, con su un lato con il nuovo formato ad alta definizione, Hd dvd, e sull’altro il formato standard.

Il disco uscirà il 9 maggio ad un prezzo consigliato al dettaglio di 39,99 dollari.

Inoltre, Warner Home Video, controllata di Time Warner (TWX.N) distribuirà tre nuovi film in Hd dvd, “GoodFellas” e “Swordfish” il 2 maggio e “Training Day” il 9 maggio, tutti al prezzo di 28,99 dollari.

Warner e Universal Studios Home Entertainment, controllata di General Electric (GE.N), hanno iniziato la scorsa settimana a distribuire dvd in formato Hd dvd, benché il lancio dei dischi ad alta definizione si stato oscurato dalla guerra multimiliardaria sugli standard che divide Hollywood e l’industria elettronica.

L’uscita dell’Hd dvd è avvenuta prima del lancio del formato rivale Blu-ray format, creato da Sony(6758.T)

I telefonini del futuro? Sono già tra noi

Friday, April 28th, 2006

[corriere.it]Prova su strada di uno degli ultimi modelli e prospettive: vincerà la “convergenza” o i costi ancora troppo alti?

BERLINO - La telecamera si muove in una stanza polverosa e inquadra uno dopo l’altro i rottami di un mondo passato: una radio, una macchina fotografica, un televisore. E infine un iPod. Nel locale accanto, lindo e caldo, il loro assassino: un cellulare. Finirà così, con il telefono che si papperà tutto il resto in nome della convergenza?

FUTURO PRESENTE - Difficile dirlo. Ma difficile anche crederlo seriamente, dopo anni in cui la convergenza si è trasformata da traguardo possibile in lontana utopia se non in barzelletta. Un breve test sui telefonini di fascia alta e altissima appena usciti, però, fa davvero capire che quel tipo di futuro non è affatto distante. Avere l’Internet “always connected”, 24 ore al giorno, 7 giorni su 7 (il web “vero” e non un Wap qualunque) è già possibile. E portare in tasca un apparecchio che sostituisca (bene) una macchina fotografica digitale di fascia media, ora si può davvero. E altrettanto si può dire per chi preferisce lasciare a casa videocamera, palmare, pc notebook e lettore di musica Mp3. Con quelli che Anssi Vanjoki, vice-presidente Nokia e gran capo del multimedia, ci tiene a chiamare «multimedia computer» si può tutto quello di cui sopra.

BANDA LARGA - La connettività, innanzitutto. Finalmente sono arrivati nei negozi i cellulari evoluti che si agganciano a tutte le reti: Gsm, Gprs, 3G (Umts) e ora anche Wi-Fi. Un dettaglio, quest’ultimo, non da poco. Avere un tasca un telefono che supporta le reti senza fili locali consente di viaggiare all’interno degli “hot spot” in banda larga (vera) e di dimenticarsi i costi (ancora proibitivi) del trasferimento di dati sulle reti 3G. E questo vuol dire lavorare come in ufficio, magari con una tastiera pieghevole Bluetooth. Con tanto di allegati pesanti, da salvare su memorie sempre più capienti: in commercio ci sono terminali come il Nokia N91 o il Samsung SGH-i300 con dischi fissi da vari Gigabyte, e le schedine di memoria Mini SD (grandi come un’unghia) raggiungono ormai i 2 Gb e presto anche i 4. Dietro l’angolo ci sono velocità ancora maggiori: si chiamano Hsdpa e poi Hsupa, e faranno viaggiare fino a 14 Mbits.

SFIDA ALLE REFLEX - L’altra frontiera del futuro già presente è quella del multimedia. I camera-phone non sono certo una novità, ma chi avrebbe immaginato solo un paio d’anni fa che le case produttrici riuscissero a infilare un’ottica degna di una macchina fotografica vera su apparecchi nati per telefonare. Ora è successo: basta fare qualche scatto con gli ultimi cellulari, con risoluzioni da 3 Megapixel, zoom ottico e flash per rendersene conto. Nokia a Berlino ha presentato l’N93, che lancia la sfida anche alle videocamere compatte: qualità di registrazione Dvd e persino uno zoom ottico a tre ingrandimenti. E la foto-mania si sposa con il cosiddetto “Web 2.0”, l’evoluzione verso la community e l’interazione personale della rete negli ultimi anni: sempre la casa finlandese ha stretto un accordo con Flickr (la più celebre community di immagini online) per integrare il sito nel suo N73, un cellulare decisamente orientato alla fotografia. La corsa non si ferma: Sharp ha già annunciato in Giappone l’904SH, primo cellulare con display da 640 x 480 pixel (4 volte quelli attuali), mentre Samsung porterà a 8 i megapixel con l’SPH-V8200.

LA TV - L’altra rivoluzione annunciata è già arrivata: con il DVB-H sui cellulari arriva anche il digitale terrestre, la tv vera e propria. “3” ha varato un vero e proprio palinsesto e spera nel boom con l’esclusiva dei mondiali di calcio. Vodafone ha stretto un accordo con Mediaset per contenuti esclusivi. Anche Tim è della partita. Serviranno apparecchi dedicati, come l’Lg U900. La gente snobberà i “tivùfonini”, come qualcuno li ha già battezzati, o ne diventerà pazza? «Noi stiamo cercando di creare il concetto di “personal tv e video”, come negli anni Novanta creammo il concetto di “telefono personale” con il cellulare Gsm», spiega Harri Mannisto, capo della divisione Watch di Nokia Nseries.

LA PROVA - Un “test su strada” di un cellulare evoluto come l’N80 di Nokia, appena sbarcato nei negozi a un prezzo non per tutti (sopra i 500 euro, per capirsi), fa capire che la tecnologia “convergente” è già fra noi. Grazie al browser del sistema operativo Symbian e alla connessione Umts (o con una W-Lan dove possibile) si naviga rapidi e veloci, nonostante lo schermo ridotto. Le foto a 3 Megapixel sono convincenti, i video un po’ “pixellosi” ma sufficienti. Si scarica musica (ecco un’altra frontiera, e Anssi Vanjoki, rispondendo a una domanda, ha detto di Nokia: «Non abbiamo mai detto che non entreremo nella distribuzione di musica», che suona come mezza ammissione) e la si sente com il lettore Mp3 interno, evitando di passare dal pc. Una manna per gli smanettoni e per chi è sempre in giro, insomma. Il tasto dolente sono i costi d’uso: i dati sul telefonino in Italia si pagano cari e i contenuti pure. Per la sua tv, “3” parla di abbonamenti sui 15 euro al mese. Quanti saranno disposti a pagarli?

Sawafi, il motore di ricerca per l’Internet araba

Friday, April 28th, 2006

[LaStamap.it]Una cordata d’imprenditori sauditi e tedeschi sta per lanciare il primo motore di ricerca web destinato agli utenti del mondo arabo. Si chiamerà Sawafi ed il significato del suo nome è già di per sè una sfida: “tempesta del deserto”. L’obiettivo di Sawafi è chiaro: creare un’alternativa panaraba all’egemonia di Google e diventare il centro gravitazionale dell’universo telematico panarabo.

Sawafi conterà sul know-how tecnico ed aziendale di un importante marchio europeo, Seekport, una presenza di spicco nel settore della cosiddetta ricerca locale, ovvero ritagliata attorno a particolari comunità linguistiche o nazionali. “Non esiste nessun punto di riferimento per gli utenti arabi del web”, ha detto Hermann Havermann, direttore generale di Seekport, “ed è quindi fondamentale avere un motore di ricerca completo che possa rilanciare l’Internet arabofona”.

Sawafi sarà lanciato entro la fine del 2006 e cercherà di imporsi a livello internazionale per catturare l’attenzione dei circa 300 milioni d’arabofoni in medioriente, protagonisti di un mercato online moribondo e fiaccato da una scarsissima alfabetizzazione informatica. Con appena 24 milioni di utenti, il mercato Internet delle regioni arabe è quello che gode dell’espansione più lenta. Come hanno ricordato i portavoce della MITSCO Group, l’azienda di Riyad che partecipa alla joint-venture con Seekport, “i siti web in lingua araba presenti su Internet sono soltanto 100 milioni”: una cifra veramente esigua rispetto ai circa 12 miliardi di pagine che costituiscono la Rete globale.

La percentuale di utenti arabi in grado di parlare l’inglese, la lingua franca di Internet utilizzata nel 70% dei siti, si attesta attorno al 30% dei navigatori. Queste cifre scoraggianti, secondo Havermann, sono un incentivo per lo sviluppo di Sawafi: “Fintanto non ci sarà un sistema per indicizzare tutti i contenuti in arabo e renderli accessibili”, ha detto il numero uno di Seekport, “il web degli arabi non potrà sbocciare e non ci sarà mai mercato”.

Durante l’ultima conferenza sullo sviluppo globale degli strumenti di comunicazione digitale, promosso dall’agenzia delle Nazioni Unite per le telecomunicazioni e svoltasi nel Qatar, i paesi della Lega Araba hanno chiesto l’aiuto della comunità internazionale affinché le infrastrutture di Rete vengano potenziate in tutto il medioriente. Amr Salem, ministro delle telecomunicazioni siriano, ha ricordato ai rappresentanti ONU che “manca un referente Internet per il mondo Arabo e le nostre reti non possono dipendere solamente da Stati Uniti o Unione Europea”.

Usa: un diritto navigare in ufficio

Friday, April 28th, 2006

[TgCom]Chi naviga in Rete durante le ore d’ufficio non può essere licenziato per giusta causa. L’ha stabilito una sentenza americana chiamata a risolvere la vicenda di un impiegato del Dipartimento per l’educazione di New York con una sfrenata passione per Internet, giornali online, siti di viaggi e accusato dai suoi superiori di abusare del Web. Secondo il giudice amministrativo, negli Usa la Rete deve essere considerata alla stessa stregua del telefono e dunque non rappresenta una minaccia per l’efficienza sul posto di lavoro.

Inequivocabili le parole della corte: “Toquir Chouri non può essere licenziato perché non ha commesso alcuna violazione. Ormai Internet è diventato l’equivalente del giornale o del telefono, una combinazione tra comunicazione e informazione che è entrata a far parte della vita di tutti i giorni. Al massimo, nei confronti dell’impiegato è ammesso un rimprovero”. Da un punto di vista formale si tratta di una sentenza storica che per la prima volta cataloga Internet tra gli strumenti di lavoro più utilizzati senza discriminazioni di sorta.

E in Italia? Secondo il Corriere della Sera, una regola precisa non esiste, ma le norme di riferimento si trovano nel codice civile, negli articoli 2104 e 2105. “Dall’interpretazione combinata di entrambi gli articoli si può concludere che chi lavora lo fa nell’interesse dell’impresa e che dunque il suo personale interesse è sempre subordinato a quello del datore - spiega Emilio Tosi, docente di Diritto privato dell’informatica all’Università Bicocca di Milano -  Accedere a Internet di per sé non può essere motivo di licenziamento, ammesso che non si commettano reati penali, consultando siti pedopornografici o partecipando attivamente a truffe telematiche”.

A sancire l’abuso del Web in ufficio spesso sono delle sfumature. “La sottile linea oltre la quale un dipendente abusa degli strumenti di lavoro sono le stesse policy aziendali - aggiunge ancora Tosi - Alcuni gruppi sono molto tolleranti, altri sono molto rigidi: l’importante è che la politica interna sull’utilizzo del Web sia molto chiara ai dipendenti”.

In termini pratici, dunque, nessun giudice può scagionare un impiegato statale che utilizza pc e telefono per  vendere e comprare azioni, ma nessuna azienda può nemmeno licenziare un suo dipendente se questo consulta il meteo online per capire che tempo farà nei giorni a seguire. In ogni caso, nel nostro Paese, stando a quanto riferito dagli esperti, anche per l’uso del Web in ufficio vige sempre la stessa legge: quella del buon senso.

Rimonti: “Così vi metterò la tivù in tasca”

Friday, April 28th, 2006

[Panorama.it]”Per noi italiani sarà un boom, una moda, una febbre: come le radioline a transistor negli anni Sessanta. In Corea il nuovo servizio ha rivoluzionato il consumo di programmi televisivi” » Le foto
Cellulari: tutte le news

“Ve le ricordate le radioline a transistòr?”: e Pietro Paolo Rimonti rivela subito, con l’accento sull’ultima vocale, la sua straripante napoletanità: “Ecco, negli anni Cinquanta gli stadi
sportivi di tutta Italia si riempirono delle nuove radioline, i tifosi stavano lì ma seguivano anche Tutto il calcio minuto per minuto. Fu una rivoluzione. E adesso ci risiamo: sta arrivando un’altra rivoluzione”. Rimonti ci conta, perché è il suo mestiere crederci e puntarci, su questa rivoluzione.
Ma è anche uno dei pochi che può scommetterci: è vice president per l’Italia della divisione Telecommunication Network del colosso coreano Samsung, il primo gruppo mondiale ad aver avviato un anno fa su vastissima scala la produzione dei telefonini-tivù, seguito subito dopo dai connazionali di Lg e via via dagli altri produttori.
E la Corea, che ormai da più di un anno diffonde i programmi televisivi sul cellulare, ha conosciuto un vero boom del nuovo “gadget” elettronico, che ha già “conquistato” un buon quarto del mercato complessivo della telefonia mobile, e non accenna a fermarsi.

Insomma, il telefonino-tivù le sembra l’erede dei transistor? Un vero e proprio oggetto di svolta tecnologica di massa?
Non c’è dubbio! La storia si ripete. Cinquant’anni fa la gente voleva informarsi, sentire la musica, ed era obbligata a starsene a casa, vicino alle radio a valvole, grandi come trumeau.

Ma in Corea va davvero bene?
In Corea è stata rivoluzionata anche la televisione: perché i programmi non hanno più tempi morti. Negli orari dei grandi spostamenti e durante le pause della giornata lavorativa, nessuno poteva guardare la tv, prima. Ora, con i nuovi telefonini, lo fanno tutti.

Cosa guardano?
Sport, innanzitutto: poi notizie, fiction seriale. Diciamo così, intrattenimento per adulti: come succede con le pay-tv. È una questione di scelta del consumatore, e di determinazione a servirla. Del resto, io lo dico sempre: intraprendenza, bravura e fortuna sono i tre pilastri del successo. Come la Apple.

Scusi, che cosa c’entra la Apple?
C’entra, c’entra. Con l’i-Pod! Chi ci avrebbe scommesso, qualche anno fa? Eppure! E anche quello è stato un successo di massa.

Rimonti, ma se questi aggeggi si smontano, si guastano, chi li riparerà?
Innanzitutto devo dire che i nostri telefonini-tv sono praticamente indistruttibili. E per quelli che si guastano, abbiamo attrezzato un servizio di assistenza eccellente, unico in Italia. L’abbiamo inventata noi in Samsung, l’assistenza tecnica per i telefonini. La coordina una squadra diretta da Matteo Fedeli. In 2 anni abbiamo lanciato 50 modelli e non abbiamo mai lasciato soli i clienti. Per noi il terminale è come un accessorio di lusso: eccellenza del design ed efficienza. È come un orologio, e come un orologio deve funzionare!

L’Italia è diventata la patria del telefonino, ma la videotelefonata Umts non ha attecchito granché. Lei non teme che andrà così anche col Dvb-h?
Intanto è presto per fare il funerale al videotelefonino: diamo tempo al tempo. Ma c’è molta differenza, tra i due sistemi. Col videotelefonino si possono vedere principalmente delle persone, e occorre che da entrambi i lati ci sia un terminale Umts, e poi, diciamo la verità, non a tutti e non sempre fa piacere vedere l’interlocutore che si ha al telefono. Qui no: il Dvb-h funziona sempre benissimo, è semplice da usare. Ma ci pensa? È come avere la tv in tasca. Quando uscì la tv a colori, io la vendevo.

Pure quelle, vendeva?
È una vita che vendo elettronica. All’inizio i primi tv color si vendevano bene solo al confine con la Svizzera, perché da lì si prendeva la televisione elvetica che trasmetteva sempre a colori, mentre la Rai si limitava a poche ore al giorno. Poi, quando la programmazione è stata completata, chi ha potuto più fare a meno del tv color? Così sarà anche con il Dvb-h, che parte meglio perché si vedrà bene subito, e quasi ovunque.

Ma perché Samsung crede tanto nei telefonini?
Il gruppo tra il 2004 e il 2005 è cresciuto del 19% nel settore. L’anno scorso ha venduto in tutto il mondo 102,9 milioni di terminali. In 5 anni è passato dal sesto al terzo posto nella classifica mondiale vendendo solo in fascia alta. In Italia l’anno scorso abbiamo venduto 3,3 milioni di pezzi, contro 1,6 del 2004, fatturando 620 milioni: la metà dell’intera azienda. Quest’anno ne vogliamo vendere 5 milioni. Oggi siamo il terzo produttore per telefonini venduti. E nel 2008 voglio essere il primo.

Be’, auguri!
Ancora una cosa. Scriva bene della mia squadra: direzione vendite, Paolo Quindici. Marketing, Davide Angotta. Prodotti, Antonio Bosio. Assistenza, Matteo Fedeli. Sono quattro punte. Vanno sempre in gol. La difesa è Federico Zucca, il nostro controller: ma di quella parlo poco, io sono un attaccante.

Scoperti i «neuroni dello shopping»

Tuesday, April 25th, 2006

[Corriere.it]Ecco le cellule che si accendono quando dobbiamo prendere una decisione. Su «Nature» la ricerca di Camillo Padoa-Schioppa

Se libertà non è scegliere tra bianco e nero ma sapersi sottrarre all’obbligo della scelta, come spiegava Theodor W. Adorno ai suoi studenti di Francoforte, allora c’è poco da fare: siamo tutti schiavi. Non dell’indecisione, ma dei nostri neuroni. Lo hanno scoperto a Boston, nei laboratori della Harvard Medical School, lo rilancia Nature, tra le più influenti riviste scientifiche internazionali (la ricerca sarà pubblicata oggi sul suo sito web, nature.com: a farci decidere tra, mettiamo, spuntino dolce o salato, un paio di jeans o un pantalone elegante, una svolta a destra o a sinistra, sono le cellule nervose situate in un’area del nostro cervello, la corteccia orbitofrontale. Gruppi di neuroni che si «accendono» o si «spengono» per indirizzare le nostre scelte, aiutandoci a valutare benefici o svantaggi di opzioni anche molto diverse fra loro.
A reggere le fila dell’esperimento, realizzato su un gruppo di scimmie, c’è un giovane ricercatore italiano: Camillo Padoa-Schioppa, 36 anni, una laurea in Fisica statistica alla Sapienza di Roma e un PhD in Scienze cognitive al Mit di Boston. Un «cervello in fuga» (ma con frequenti puntate negli istituti della madrepatria) che si è messo d’impegno per svelare i segreti della nostra materia grigia. E che ora potrebbe rivoluzionare secoli di dibattito su volontà e libero arbitrio. Un bicchiere di succo d’uva e uno di succo di mela, tutto parte da qui. Nelle stanze del dipartimento di Neurobiologia di Harvard, le scimmie messe sotto osservazione da Padoa-Schioppa e dai suoi colleghi hanno dovuto scegliere tra gusti e quantità diverse.
A pesare non è stata solo la predilezione per l’una o l’altra bevanda (quando i bicchieri contenevano lo stesso livello di succo, la scelta è caduta inevitabilmente sul gusto preferito), ma anche il «vantaggio» derivato dalla dose: per bere di più, insomma, le scimmie rinunciavano agli sfizi del palato. E qui sta l’inghippo. Perché nel momento della scelta, i ricercatori hanno visto «illuminarsi» alcune aree del cervello dei primati. Piccoli gruppi di neuroni che si «accendevano» a turno, ciascuno collegato a un tipo specifico di decisione. Come se fossero allenati a valutare, incrociando diversi punti di vista e scale di valore non omogenee, la posta in gioco. «Possiamo ipotizzare — conclude Padoa-Schioppa — che le scelte siano state determinate proprio dall’attività di questi neuroni».
Una consolazione (e una bella scusa) per gli indecisi cronici, ma anche una prospettiva di studio importante per chi si occupa di disturbi alimentari e ossessivo- compulsivi, come pure di tossicodipendenze, tutte condizioni spesso legate a lesioni di quest’area corticale. Gli scienziati frenano: «È possibile che i deficit di funzionamento siano legati a difficoltà nel compiere le scelte giuste, ma l’ipotesi è tutta da testare». Nell’attesa c’è da scommettere che il «neurone dello shopping», come è stato subito ribattezzato, troverà parecchi estimatori. Magari nel mondo della neuroeconomics, branca avveniristica dell’economia che si misura con i meccanismi di scelta e le (eventuali) possibilità di condizionarli. Ma anche sapere, mettiamo, a quali soggetti una determinata marca di auto «accende» i neuroni giusti, potrebbe solleticare più di un’agenzia pubblicitaria. «Questa è una ricerca di base che non ha dirette applicazioni mediche, almeno sul breve periodo», taglia corto Padoa- Schioppa. Lo spettro dello shopping indotto, insomma, sembrerebbe scongiura

Antitrust e Microsoft: i giorni dell’appello

Tuesday, April 25th, 2006

[cwi.it]Cominciata l’udienza relativa alla decisione di due anni fa della Commissione Europea in tema di abuso di posizione dominante

Si concluderà venerdì l’udienza presso la Corte di Lussemburgo nel corso della quale Microsoft cercherà di far cancellare la multa da 497 milioni di euro che nel 2004 la Commissione Europea, le aveva comminato. Di fatto, sono passati oltre due anni da quando la casa di Redmond era stata ritenuta colpevole di abuso di posizione dominante subendo, oltre alla pena pecuniaria, anche l’ordine di cambiare il modo in cui proponeva il suo software nell’Unione Europea. La Corte di Prima Istanza ha quindi fissato tutta questa settimana per l’appello, dedicando due giornate intere alle due ragioni del contendere e un giorno per dibattere la richiesta di Microsoft circa la multa. Per la Corte rappresenta un grosso impegno: secondo alcuni commentatori l’appello di General Electric e Honeywell circa la decisione della Commissione del 2001 di bloccarne la fusione è stato il più recente caso di alto profilo sui si è dovuta pronunciare e il tutto si era concluso in un solo giorno. Se il giudice darà ragione a Microsoft allora il vendor potrà continuare la sua strategia di offrire in bundle nuove funzioni software con il sistema operativo Windows. Microsoft ritiene che la questione sia in pratica se le società possono migliorare i rispettivi prodotti sviluppando nuove funzionalità e che esiste una competizione salutare in tutti i mercati coperti da questo caso: “Porteremo questi fatti in tribunale”, aveva dichiarato.

Due anni fa la Commissione le aveva ordinato di lanciare una versione di Windows priva del riproduttore multimediale Media Player, poiché questo metteva i rivali, come ad esempio RealPlayer di RealNetworks e QuickTime di Apple Computer, in una situazione di svantaggio competitivo. Microsoft ha deciso di citare il successo di Apple con il riproduttore portatile iPod e il portale iTunes, come prova della vivacità della competizione e dell’innovazione nel mercato del software. “La teoria della Commissione era che il mercato si sarebbe irreversibilmente rivolto a favore di Microsoft se Media Player fosse rimasto integrato nel sistema operativo, ma non c’è prova che questo accada”, spiega Jonathan Zuck, presidente della Association for Competitive Technology, gruppo che supporta Microsoft in tribunale: “Il mercato è florido. Apple sta facendo molto bene e c’è un riproduttore multimediale chiamato Flash, posseduto da Adobe, che ha una quota di mercato superiore sia a Media Player che a QuickTime”.

Thomas Vinje, partner dello studio legale Clifford Chance, uno degli alleati chiave della Commissione, respinge l’ interpretazione dei fatti data da Redmond: “iTunes non è, strettamente parlando, un programma di media playing. C’è una certa sovrapposizione con i media player ma l’arrivo di iTunes non ha fatto alcuna differenza sulla capacità di soluzioni come RealPlayer di penetrare il mercato”. Secondo Vinje questo mercato si è già indirizzato a favore di Microsoft allo stesso modo in cui il browser Internet Explorer aveva ’schiacciato’ il rivale Netscape: “Gli sviluppi di mercato hanno validato le preoccupazioni della Commissione”, insiste Vinje.

La seconda ragione del contendere riguarda la capacità delle società rivali di sviluppare programmi che funzionino bene con Windows, presente su oltre il 90% dei personal computer del mondo. Nel 2004 la Commissione aveva concluso che Microsoft stava dando al suo software server un vantaggio, ordinando quindi di licenziare ai suoi rivali i dettagli segreti del sistema operativo per consentire loro di realizzare del software di livello server interoperabile propriamente con Windows. “Il mercato Linux è florido, il che mostra che le informazioni che la Commissione voleva che Microsoft rivelasse non sono indispensabili”, sostiene Zuck, aggiungendo che vanno inoltre a “minare la difesa della proprietà intellettuale in Europa”. Chi si oppone a questa teoria ritiene invece che le informazioni siano vitali per creare un cosiddetto ‘level playing field’ (ossia un ambiente dove tutti abbiano le stesse opportunità) per i rivali nel mercato dei server software, e che l’ordinanza non infrange alcun diritto di Microsoft in termini di proprietà intellettuale. A questo punto non resta che attendere il giudizio della Corte il cui verdetto finale dovrebbe arrivare tra sei mesi/un anno.

Web: AIIP contro nuova offerta Adsl Alice 20Mbps di Telecom

Tuesday, April 25th, 2006

Roma, 22 apr. (Ign/ITnews) - AIIP, l’associazione italiana che riunisce i provider, ritiene ‘’lesiva la nuova offerta Adsl Alice 20Mbps - annuncia un comunicato - che Telecom si accinge a lanciare il 12 maggio'’. E ha formalmente presentato ha presentato una richiesta di Accesso agli Atti di AGCOM per ottenere formalmente le motivazioni della decisione della scorsa settimana che hanno autorizzato il lancio dell’offerta all’ex monopolista. Per Aiip un’offerta del genere sarebbe senza ombra di dubbio lesiva della concorrenza e del mercato. La stessa associazione ritiene contrastante con le normative vigenti la proposta di Telecom agli altri operatori di diventare suoi rivenditori, approvata dalla Commissione Infrastrutture e Reti dell’Autorità appare ad AIIP. Un atto che violerebbe la delibera 34/06 che la stessa AGCOM si era data a fine 2005 in occasione del provvedimento sul mercato della larga banda ll’ingrosso.

L’Esercito prepara il soldato hi-tech

Tuesday, April 25th, 2006

[repubblica.it]Obiettivo: adeguare i militari alle nuove minacce terroristiche
Micro-computer, tute che rendono invisibili, armi sofisticate
L’Esercito prepara il soldato hi-tech
invisibile, imbattibile e molto costoso
Ma per lanciare il programma servono ingenti finanziamenti
per il 2006, la Difesa ha stanziato 5 milioni 300 mila euro
L’Esercito prepara il soldato hi-tech: invisibile, imbattibile e molto costoso

ROMA - Gli scenari mutano, il nemico, ossia il terrorismo, incombe, il soldato s’attrezza. O meglio, dovrebbe attrezzarsi, ma un “militare-Robocop” in grado di fronteggiare ogni evenienza costa, e parecchio: almeno 30 mila euro, secondo una stima che tiene conto di una dotazione essenziale. In attesa di finanziamenti sufficienti al lancio del progetto su larga scala, l’Esercito italiano ha già messo a punto i prototipi del “Soldato futuro” - così si chiama il programma - e le diverse componenti, computer, Gps e armi sofisticate, vengono testate nei vari teatri operativi. Obiettivo del progetto, dunque, è adeguare le capacità operative del “combattente appiedato” dell’Esercito alla minaccia terroristica, accrescendo - spiegano i tecnici che lavorano al programma - “le capacità di combattimento, di sopravvivenza, di comunicazione, di mobilità ed autonomia” del singolo soldato, e dotandolo di quanto di meglio la tecnologia sia in grado di offrire.

Strumenti hi-tech. Il sistema prevede un elmetto dotato di binocolo per la visione notturna e diurna, di occhiali balistici antilaser, di microauricolare e microfono labiale. In dotazione anche un micro-computer, apparati radio, un sistema Gps e il programma IFF (Identification Friend or Foe) per distinguere gli amici dai nemici nelle fasi più concitate della battaglia. Innovativa la tuta da combattimento: climatizzata, ignifuga, resistente agli aggressivi nbc e trattata in modo da rendere il soldato invisibile, di notte, ai binocoli all’infrarosso. L’arma individuale sarà dotata di telemetro laser, sistema IFF, apparato di puntamento diurno e notturno, un ‘designatore’ elettronico e uno laser.

L’orecchino salva-vita. Si tratta di un pletismografo che, applicato all’orecchio, comunica a una centralina, piazzata nelle retrovie, il flusso della pressione: grazie a questo speciale “orecchino” si potrà conoscere in ogni momento se il soldato è vivo e sta bene. Allo stesso scopo serve anche una maglia, da applicare come una panciera, dotata di particolari sensori.

Costi. Il programma “Soldato futuro” è costato 18 milioni di euro. Ai quali vanno aggiunti i costi dell’equipaggiamento individuale che, si diceva, si aggirano intorno ai 30 mila euro (senza tener conto delle dotazioni più sofisticate). La componente più costosa è il visore notturno individuale: fino a 16 mila euro. Il tradizionale fucile AR 70/90 costa 1.450 euro, ai quali vanno aggiunti 300 euro per il sistema di puntamento “a punto rosso”, 5.300 per il puntamento notturno e 650 per il lanciagranate. La pistola PB 92 FS costa 450 euro, la sua fondina 45 e il portacaricatori 8 euro. Prezzi alti anche per l’apparato radio (1.150 euro) e per il sistema Gps (3.250)

Costi più accessibili per l’uniforme da combattimento desertica, che si compra a soli 39 euro. “Economici” anche le ginocchiere (16 euro), gli stivaletti desertici (52 euro) e il cinturone in fibra poliammidica (10 euro). Più cari i guanti termici protettivi (650 euro), mentre il giubbetto antiproiettile costa 950 euro, il combat-jacket 140, l’elmetto in kevlar 130 e la maschera protettiva antischegge 45.

Finanziamenti. Il programma “Soldato futuro”, al quale l’Esercito lavora da molto tempo, è considerato dagli esperti “indispensabile” per fronteggiare le nuove sfide in modo adeguato. Anche la Difesa ci punta molto, tant’è che, nonostante il periodo di magra, è uno dei programmi che ha continuato a finanziare: per lo sviluppo delle capacità operative del sistema ha stanziato, per il 2006, 5 milioni e 300mila euro.

Tecnologia troppo difficile per il 64% degli italiani

Tuesday, April 25th, 2006

‘’Il 71,2% pensa che i nuovi servizi sui cellulari siano troppi'’
Tecnologia troppo difficile per il 64% degli italiani

La ricerca Monitor ICT di GPF evidenzia il ‘’senso di frustrazione e fastidio in tutti coloro che cercano negli apparecchi soltanto efficacia e semplicità'’

Milano, 24 apr. (Adnkronos) - Cresce l’insofferenza degli italiani nei confronti della tecnologia. Il 64% (+6%) ritiene infatti che ‘’la maggior parte delle nuove tecnologie (come, ad esempio, i media center o i cellulari di ultima generazione) sia troppo difficile da installare e attivare'’. Il dato emerge dal GPF, Istituto di ricerca e consulenza strategica sul cambiamento sociale, i consumi e la comunicazione, che annuncia i risultati del recente Monitor ICT, osservatorio volto a comprendere il rapporto tra gli italiani e le nuove tecnologie. ‘’Tale difficoltà - si legge in una nota - è percepita maggiormente dalle donne (55%) rispetto agli uomini (45%), ma la differenza è minore di quanto i luoghi comuni vorrebbero far intendere, a testimonianza di un sempre maggiore avvicinamento del mondo femminile alla tecnologia'’. La segmentazione per età mostra un risultato ‘’ancor più inaspettato'’: la percentuale di consumatori scontenti per l’eccessiva difficoltà è già elevata a partire dalla fascia 25-34 anni. ‘’Non sono sorpreso da questi risultati - commenta Carlo Berruti, responsabile del Monitor ICT per GPF - l’affollamento sugli scaffali dei negozi di apparecchi sempre più ricchi di funzioni e possibilità di impiego, se da un lato fa felici gli utenti più esigenti e appassionati (che rappresentano tuttavia una minoranza dei consumatori) dall’altro genera inevitabilmente un senso di frustrazione e fastidio in tutti coloro che cercano in tali strumenti soltanto efficacia e semplicità'’. Secondo i risultati prodotti dallo studio, l’esempio più eclatante da questo punto di vista è quello dei telefoni cellulari. ‘’E’ stato rilevato infatti che il 71,2% degli italiani pensa che i nuovi servizi sui cellulari siano ‘’troppi'’ e ne preferirebbe ‘’pochi ma veramente utili'’. In questo caso la forbice tra donne e uomini si riduce ulteriormente (51,3%-48,7%). Secondo ICT, il risultato dimostra il crescente bisogno di familiarità e rassicurazione dei consumatori, schiacciati da un’offerta che ne sopravvaluta la predisposizione all’utilizzo di funzionalità spesso superflue'’. Alla luce di risultati emersi dalla ricerca, l’ICT conclude che ‘’se è vero che l’utilizzo di uno strumento tecnologicamente innovativo implichi inevitabilmente l’apprendimento di una serie di elementi non familiari, è altrettanto chiaro che un tale ‘’sacrificio'’ non sia gradito dagli utenti quando percepito come un’imposizione non necessaria'’.